Incarichi professionali svolti
URBANISTICA E PIANIFICAZIONE TERRITORIALE
Piani regolatori generali comunali in diversi comuni del territorio regionale, tra i quali: Sauris dal 1970 al 1976 – Ovaro (con altri) dal 1975 al 1994 – Gemona del Friuli dal 1976 ad 2011 – Artegna dal 1976 al 2012 – Venzone dal 1977 al 1991 – Torviscosa (con altri) dal 1983 al 2009 – Gradisca d’Isonzo dal 1996 al 2004.
Piani di lottizzazione, Piani per l’edilizia economica popolare, Piani per insediamenti produttivi, in altrettanti comuni e in tempi corrispondenti.
Piani di ripristino ambientale e tipologico e di riqualificazione urbana nei comuni di: Sauris, centri storici di Sauris di sopra e di sotto [incarico della Regione FVG] nel 1974 – Zuglio Carnico, centri storici di Zuglio e Formeaso e zone archeologiche annesse [incarico della Regione FVG] nel 1975 (lavoro interrotto dal terremoto del 6 maggio 1976) – Chiusaforte, via Campolaro e via Roma, nel 1986 – Nimis, borghi montani, nel 2008.
Piani particolareggiati di ricostruzione dei centri storici e dei nuclei urbani minori di Gemona del Friuli e di Artegna, dopo il terremoto del 1976.
Piani particolareggiati di ristrutturazione della SS 13 Pontebbana [con la creazione di corsie laterali per la separazione del traffico e il raggruppamento degli accessi] nei tratti relativi ai comuni di Gemona del Friuli nel 1980, di Artegna nel 1990 e di Cassacco nel 1992 (piani approvati ma non attuati).
Proposta di variante della SS 13 Pontebbana nel tratto km 139-141 per l’attraversamento del centro abitato di Tricesimo in galleria (cfr. Quaderni del Club Rosselli, Udine 1991).
EDILIZIA PUBBLICA
Teatro e impianti per servizi complementari del turismo a Tarcento nel 1970-1974 (progetto approvato in tre successive versioni ma non realizzato per insufficienza di finanziamento) – Ampliamento del vecchio ospedale civile a Monfalcone (con altri) nel 1975 – Ampliamento della scuola elementare a Torviscosa (con altri) nel 1977 – Ricostruzione, a seguito del terremoto del 1976, delle aree centrali del capoluogo e di Ospedaletto (comprese le parti vincolate dalla L.1089/1939/via Bini) a Gemona del Friuli – Sempre a Gemona del Friuli, dopo il terremoto, Ricostruzione (con altri) del Cinema-Teatro, del Municipio, del Palazzo degli Uffici comunali, del Palazzo degli Uffici finanziari, del Palazzo Elti (centro civico, culturale, museo-pinacoteca-biblioteca) e Ampliamento del Palazzo Botòn – Ad Artegna, dopo il terremoto, Ricostruzione dei principali ambiti centrali del capoluogo – A Gradisca d’Isonzo Ristrutturazione (con altri) di Palazzo Maccari (biblioteca comunale) nel 2005 (opera tuttora in corso di realizzazione a causa di un fallimento d’impresa e di una nuova aggiudicazione).
Alla ricostruzione del Cinema Teatro è stato dedicato il n. 25/1993 dalla rivista di architettura Bauwelt.
EDILIZIA PRIVATA
Edilizia residenziale e uffici a Udine, Tarcento, Tricesimo, Gemona del Friuli, Fagagna, dal 1966 in poi – A Bella [Potenza], a seguito del terremoto del 1980, Ricostruzione (con altri) di un ambito centrale del capoluogo – A Tarcento Trasferimento, ricostruzione e restauro (con altri) del portale di palazzo Frangipane nel 1995.
PARTECIPAZIONE POLITICA
Consigliere provinciale del PSI a Udine (per il collegio di Tarcento) nel turno elettorale 1975- 1980. – Parentesi di iscrizione al PCI (cooptato nel Federale della Federazione di Udine, membro del Gruppo Interdisciplinare Centrale della Regione Friuli Venezia Giulia per la ricostruzione delle zone terremotate, presidente del Comitato Tecnico Regionale per l’esame dei piani comprensoriali di ricostruzione) – Consigliere comunale del PSI a Tricesimo (capogruppo) nella tornata 1990-1995.
Pubblicazioni
SAGGISTICA
Il traforo di Monte Croce Carnico, Contributo alla soluzione dei problemi interni ed esterni della regione Friuli Venezia Giulia, Del Bianco Editore, Udine 1968 (con A. Amodeo, G.B. Carulli e F. Santorini dell’Università di Trieste)
La pietra piacentina, Identità, possibilità e idoneità della pietra piasentina, Del Bianco Editore, Udine 1968 (con G.B. Carulli e R. Onofri dell’Università di Trieste)
Le valli del Natisone, Rapporto antropogeografico (documentazione fotografica di Riccardo Toffoletti), Soriano Tip., Udine 1968
Ipotesi di assetto territoriale per il settore centrale delle Prealpi Giulie, Arti Grafiche Friulane Tip., Udine 1970
Le quattro città regionali, in “Atti dei seminari di Aquileia, Piancavallo, Gorizia, Muggia”, Istituto Nazionale di Urbanistica, Sezione regionale del Friuli-Venezia Giulia, 1971
Sulle Comunità Montane del Friuli Venezia Giulia, ISTE, Pordenone 1972
Per un nuovo modello di sviluppo, Analisi e proposte preliminari ai Piani pluriennali di sviluppo delle Comunità Montane della Carnia e Canal del Ferro-Val Canale, IFRES, Udine 1975
Gemona del Friuli, Appunti per una ricostruzione, Doretti Tip., Udine 1976
I centri storici di Sauris, Ricerca di identità e ipotesi di sopravvivenza per una comunità emarginata della Carnia, Marsilio Editori, Venezia 1977
Friuli dopo il terremoto (…), Fisica e metafisica di una ricostruzione, Marsilio Editori, Venezia 1978
Dalla Magnifica Comunità alla Nuova Confederazione, in “Gemona, Un recupero di storia/una prospettiva del futuro”, Istituto per l’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, Udine 1980
Autostrada e territorio, in “Enciclopedia Del Friuli Venezia Giulia”, Udine 1986 (Aggiornamenti 1978-1986)
Friuli rimpianto immaginato e ricostruito, Antinomie e contraddizioni di un processo, in Rassegna Tecnica del Friuli Venezia Giulia n. 5/1988 e in Udine Economica, mensile di economia e cultura, novembre 1988
La ricostruzione possibile, La ricostruzione nel centro storico di Gemona del Friuli dopo il terremoto del 1976, Marsilio Editori, Venezia 1988
Francesco Tentori nell’introduzione:
(…) Va, forse, ricordato ai lettori più giovani che non solo Nimis è l’architetto della
ricostruzione di Gemona, di Artegna e di altri centri dopo il terremoto del ‘’76 ma, anche
come (…) colui che (…) ha sempre amato accompagnare il suo lavoro professionale,
progettuale, urbanistico, costruttivo con la riflessione critica: tanto da poter allegare, a questo
punto, una cospicua bibliografia (…). C’è molto poco da specificare su un libro chiaro – come
il presente – nelle sue premesse, nei singoli capitoli, nelle conclusioni (…). Ripeto: il discorso
di Nimis è (…) privo di bizantinismi ancora cari a certi intellettuali italiani, senza eufemismi
anche quando deve parlare del “trionfo della demagogia”, dell’embrassons-nous di tutte le
forze politiche, constatando che, “a parità di spesa, buona parte della periferia (di Gemona e
degli altri centri terremotati) avrebbe potuto essere bonificata, riconvogliando il potenziale
insediativo nei centri storici”, ma che purtroppo “nessuna forza politica elaborò un indirizzo
alternativo” (…). Mi limiterò a dire che mi farebbe molto piacere che questo libro non fosse
letto solo in Friuli, ma anche – ad esempio – all’Istituto universitario di architettura di
Venezia: dove annualmente si laureano, in media, cinquecento architetti che provengono dal
Veneto e dalle regioni contermini (tra le quali il nostro Friuli), e che – presumibilmente –
lavoreranno nel Veneto e in tali regioni, ancora oggi più agricole che urbanizzate, quindi,
avrebbero tutte le ragioni per studiare e riflettere sull’esperienza di ricostruzione friulana. C’è
una frase di Gianpietro Nimis che mi è piaciuta in modo particolare: laddove, nel primo
capitolo, egli scrive di aver avuto in mente, durante il processo costruttivo, la necessità “di
fare dell’architettura qualcosa di più simile all’agricoltura, piuttosto che alla pittura o alla
scultura”. Si sa che – invece – gli studenti di architettura odierni amano prevalentemente i
valori pittorici (cromatici) e scultorei (volumetrici) dell’architettura e sono invece, purtroppo,
insensibili (quasi del tutto) non solo ai problemi agrari e forestali o del cosiddetto verde
urbano, ma ai valori formali dello spazio: proprio per il fatto che essi sono soliti,
prevalentemente, guardare riviste di architettura e monografie di grandi maestri veri o
supposti, e – in entrambe queste sedi – trovano svariatissimi esempi di architettura aulica,
contemporanea o dei secoli passati, ma nessunissimo esempio – invece – di “architettura in
agricoltura”, ossia di current architecture, di architettura comune, non enfatica, non troppo
muscolosa e rigurgitante di simboli (…). Aver capito questo, è stato il grande merito di alcuni
architetti della ricostruzione friulana, e di Gianpietro Nimis in particolare (…). La regia
generale della ricostruzione, tenuta da Gianpietro Nimis per Gemona, ha il medito di avere
stabilito una casistica limitata di particolari costruttivi, un repertorio ristretto di ibridazioni
tipologiche antico-nuovo, al quale ogni singolo costruttore doveva attingere e che poteva
impiegare per la sua progettazione. Questo è servito ad introdurre, attraverso la ripetizione
dei dettagli, che si possono considerare parole architettoniche, un linguaggio che ha un senso
comune per tutti, un linguaggio civile. È questo che già si apprezza, e si apprezzerà in futuro,
negli abitati centrali, come quello di Gemona, ricostruiti con questa positiva metodologia
progettuale. L’opera di Nimis a Gemona e Artegna dimostra chiaramente che non è –
insomma – l’eclettismo un male in sé, ma sono gli inutili eccessi eclettici, a essere dannosi.
Nimis ha ragione, naturalmente, a sostenere che il problema della forma degli spazi urbani
(sui quali mi sono prevalentemente trattenuto) è soltanto uno degli aspetti, e delle difficoltà,
della ricostruzione. La formula “dov’era com’era”, egli scrive “raffigurò l’ideale
congelamento, rassicurante, del fantasma patrimoniale della città”. E Nimis è dotato anche di
sufficiente ironia per far rilevare le incongruenze della natura umana: “dopo aver ricostruito
il proprio volume, e occupato il preesistente sedime – egli nota –, ciascuno mutava parere
sull’intransigenza del rispetto di tale principio, e i vicini avrebbero dovuto spostarsi più in là, lasciare più area libera intorno; e i dirimpettai far più larga la strada e tenersi più bassi.
Insomma, togliersi dal sole […]”. Forse può bastare questo accenno, per capire quale grande
serbatoio di pazienza e di abilità, oltre che di intelligenza, e di capacità progettuale, è
contenuto nella ricostruzione di Gemona (…).
Strada Statale Pontebbana nel tratto Udine-Artegna, Ipotesi di adeguamento funzionale, valutazioni e confronti, Quaderni del Club Rosselli, Udine 1991
Das neue Theater von Gemona, in “Bauwelt”, n. 25/1993
La condizione postuma del paesaggio, in “Tarcint e valadis de Tôr”, Societât Filologjiche Furlane, Udine 1996 (in occasione del 73° Congresso)
Un evento da strappare all’oblio, in “La forza di rinascere, Gemona del Friuli 1976-2001”, LaNuovaBase Editrice, Udine 2001
Terre mobili, Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo, Donzelli Editore, Roma 2009
Guido Crainz nell’introduzione:
Al centro del libro di Giovanni Pietro Nimis e del suo interrogarsi vi è in realtà l’Italia
repubblicana tutta intera. Ci siamo noi: non solo e non tanto la nostra capacità o incapacità di
misurarci con l’emergenza, con i disastri che ci travolgono, ma più ancora la nostra frequente
rimozione dei doveri fondamentali di un paese. Il forte impatto di questo libro pacato e
misurato sta in primo luogo – ma non solo – nelle cose: negli eventi e negli immaginari che esso
evoca. Sta nel carattere simbolico che ciascuno di essi assume. Si pensi al Vajont (…): Cinque
anni dopo vi è il ’68 del Belice (…). È venuto poi il 1976 del Friuli, e il libro di Nimis ci aiuta
a sottrarlo agli stereotipi: ci aiuta a comprendere i problemi che quella esperienza pur
straordinaria ci riconsegna, e anche alcuni tratti specifici di essa. Tratti che (…) molto hanno
a che vedere con la storia: con il clima reale di quel 1976, con i protagonisti in carne e ossa.
Con una democrazia dal basso – nelle assemblee delle tendopoli, nel coordinamento dei paesi
terremotati – che non ha (ancora) paragoni in altre esperienze ma che forse era possibile solo
allora: solo in quell’Italia, solo in quella speranza di transizione, di mutamento radicale.
Rimozione e invenzione, in “Abruzzo contemporaneo”, n. 34-35/2009, Rivista di storia e scienze sociali, Istituto Abruzzese per la Storia […] dell’Italia contemporanea, Editpress, L’Aquila 2010.
Non quando ma come, in “Macramè” n. 4/2010-2011, [L’emergenza nel governo del territorio], facoltà di architettura di Firenze/dottorato in progettazione urbanistica e territoriale (dispensa)
Delineare azioni di sviluppo per garantire la rinascita (e relativa intervista), Atti del convegno “L’Aquila dov’era com’era […]” del 19 novembre 2009, (L’Aquila: ricostruzione e rinascita, Abruzzo in movimento), I Quaderni, L’Aquila 2011
Il paesaggio come metafora, in “Cultura, territorio e pubblico in Friuli dagli anni Cinquanta alla fine del Novecento”, Kappa Vu, Udine 2012.
Autobiografia di una ricostruzione, il modello Gemona Magnifica Comunità, Centro Studi Accademia, Gemona del Friuli 2016 (introduzione di Guido Crainz)
Cosa si può ancora dire (e ridire) sul modello Friuli, in “Il Modello Friuli di ricostruzione” (a cura di Sandro Fabbro), Forum 2017
Ivano Benvenuti, un Sindaco nella storia, LaNuovaBaseEditrice, Udine 2019.
Articoli su riviste locali (Pignarûl [numeri unici degli anni 1969, 70, 72, 78, 88, 90, 91, 92, 93, 08, 09, 12, 13, 15]) – La Panarie [numeri162-163/2009, 168-169 e 171/2011, 173/2012, 180/2014) e quotidiani (l’Unità del 9 maggio 1979 e 1980, del 15 luglio 1979 e dell’11 luglio 1980).
Sul mio lavoro a Gemona Toni Capuozzo ha dedicato un servizio sul n. 21/1984 della rivista PM (Arnoldo Mondadori editore).
NARRATIVA
Il disegno nella parete, LaNuovaBase Editrice, Udine 1994
(…) Alle ventidue l’epicentro del borgo esplose sotto i pavimenti delle case, infranse i vetri
delle finestre, svegliò il fiume che aprì un largo solco e risucchiò l’arcata di pietra
inabissandola nella schiuma; il paese spaccato raggrumò la sua vita sulle due sponde spalancate
sul vuoto. I cannoni dal treno blindato sulla ferrovia tiravano micidiali fendenti con la
puntualità di una pendola, ogni sette minuti; le fotoelettriche rovistavano il bosco spellando il
terreno dei monti: “non abiterà più nessuno queste montagne”. (…) Aldo cercò sollievo
chiudendosi nella sua Cappella Sistina, possedeva tutti gli elementi del sistema; poteva provare
a muoverli come propri prolungamenti, essere lui stesso la guerra. Per quanto la Francia e il
Belgio fossero liberati e già fiorissero baci e abbracci coi liberatori in ogni città, la sgangherata
colonna degli alleati non sarebbe arrivata da quelle parti che a vendetta compiuta. Pitturò il
massiccio delle Ardenne, i tedeschi lassù avevano sfondato contro i francesi nel 1914 e fatto il
bis nel 1940: “figurarsi se non ci riprovano”. Sul Reno l’avanzata era ferma da metà dicembre,
ne ridipinse i mille chilometri da Coira al mare; spostò bandierine, frecce e segnali; lo spazio
non contava granché in quella guerra totale dove tutto era consentito, distruggere paesi,
sconvolgere territori. Puntò su Berlino e portò avanti i re magi fino alla capanna; provenienti da
ovest e da est avevano gli strascichi dei mantelli stesi sulle metà dell’affresco, il bianco
dell’Atlantico e il rosso del Baltico si incontravano su una linea fatale, a nord-est.
Aveva lavorato per ore, versò l’acqua di una brocca nella bacinella incastrata nel trespolo di
tondino di ferro per detergersi le mani e il viso. Premendo con le dita sentì una fitta accendere
sotto le palpebre firmamenti di stelle roventi, riaprì gli occhi spaventato e il dolore cessò;
spinse in alto il contrappeso della lampada che scese cigolando a tagliare l’aria della stanza a
un metro dal suolo (…) Il segreto della piccola stanza era concluso, in quel minuscolo vano la
guerra finiva. Liberò il pavimento dai barattoli di colore e dai fogli di giornale morti con le
notizie; riaccostò alla parete l’armadio, in alto sbordavano i margini del Mare del Nord; scrollò
la tonaca impolverata, poi un’ultima occhiata; girò la chiavetta della luce, sprangò con due
mandate la porta; non restava che sperare nell’aiuto di Dio (…) Udì delle grida, il fuoco ormai
crepitava avvolgendo l’aria di scricchiolii e di tremori. Lunghe matite di fuliggine stavano
disegnando l’incendio nel cuore della parete.
Il giorno delle mongolfiere, LaNuovaBase Editrice, Udine 1997
Guido Crainz nel risvolto di copertina:
Torviscosa, settembre 1938: la nascita di una fabbrica e di una città, il declino di un regime,
l’intrecciarsi e lo sfiorarsi di percorsi individuali molteplici. Un’alba che si confonde col
tramonto: Sullo sfondo, un apparente trionfo dei fascismi in Europa che lambisce l’inizio della
catastrofe, e l’annuncio – con le leggi razziali di quello stesso autunno – della ferita più
profonda del secolo. E della partecipazione dell’Italia ad essa. Sono possibili “storie”
all’interno di questa Storia? La prosa di Nimis ce le racconta molto bene, con personaggi veri,
e con suggestioni e riflessioni che affiorano di continuo. Un industriale e un duce, lavoratori
che muovono dalle colline verso la Bassa, due ragazzi, un ingegnere, un conte; l’inizio d’un amore e la morte di un uomo che ha il nome del secolo. E naturalmente le mongolfiere: a
rappresentare e a sorvolare progetti e tramonti molto differenti.
(…) Il sibilo di vapore del diretto delle diciotto avvolse le travate sul fiume Corno, a San
Giorgio. L’ingegnere tolse gli occhi dal libro, aperto ancora a Milano. A minuti secondi
venivano il canale maestro della bonifica con lo stradone affiancato, il fiume Aussa e la
stazione di Cervignano dove sarebbe sceso. Due signori in piedi nel corridoio oscuravano lo
scenario che lui vedeva ormai a occhi chiusi dopo un anno di spola sullo stesso tragitto. Infatti
al primo sobbalzo sul vuoto del canale immaginò il rettifilo infilzato in avanti contro i
campanili puntuti della pianura con l’umido arco delle morene sul fondo. Invece dalla parte del
mare la fabbrica e la nuova città in piena vista reggevano un velo di nuvole verticali sul
reticolo della piantagione. L’ingegnere non si era mai spinto a esplorare la Bassa, perendo
fermarsi alle impressioni, al paesaggio (…) Nella biblioteca di Udine, nella sala Topazio
semideserta, si era annoiato a morte sugli studiosi friulani, che, sopperendo alla verità con
ipotesi, violavano procedure sacre quanto quelle del processo penale. Se non potevano farlo i
magistrati, di scambiare i teoremi per prove, non dovevano provarci neppure gli storici (…)
Sull’area del progetto, però, non si era risparmiato. Vi aveva speso le forze e l’impegno fino a
carpire i segreti della terra e le vibrazioni delle sterpaglie. Anche se, alla fine, con poca fortuna
(…) Giusto un anno che aveva sentito la prima bora gemere pei graffi sul Carso aguzzo,
spalancato, e per l’unguento della palude piena di guizzi e rumori; quando le violente folate tra
sterpi bruni gli avevano rivelato l‘esistenza di un paese sepolto: misteriosa suggestiva presenza
che poi lui avrebbe tradotto in disegno progettando la fabbrica e la nuova città.
Il presidente della Viscosa gli aveva parlato dell’incarico, la prima volta, nella sala privata
della Società in via della Spiga, ad un tavolo apparecchiato per due (verdure, formaggi e vino
ghiacciato in calici opachi di condensa) nel corso di una lunga conversazione. Erano andati dai
rapporti col partito, cui si chiedeva aiuto per il finanziamento della bonifica e l’acquisto dei
terreni a buon prezzo, al reclutamento del personale (cui l’azienda provvedeva con allettanti
annunci sui giornali), agli alloggiamenti provvisori dei muratori al Villaggio Roma, un
quadratino sulla planimetria della zona, che bastava anche per i braccianti della piantagione in
attesa degli edifici fatti apposta per loro in campagna.
– L’inaugurazione tra un anno – aveva ordinato il presidente: già stavano arando il primo
migliaio di ettari.
L’ingegnere non fu di grande compagnia. Insoddisfatto del lavoro compiuto, provava un
sentimento malinconico. Non disamore improvviso per la sua opera, perché ne aveva intuito la
delusione via via che il cantiere avanzava; amarezza piuttosto, patita giorno dopo giorno nella
vana attesa di ritrovare le virtù riversate nel progetto, che restavano sconsolatamente soffocate
e confuse in composizioni banali. Non spiccavano i segmenti di retta, gli archi di cerchio, le
astratte geometrie, i parallelepipedi e i cubi; né l’aria enigmatica degli spazi, che pure
inquietava tangibile i disegni delle prospettive a colori. Ogni forzatura, ogni esasperazione,
ogni deformazione ideale sparivano in proporzioni normali, da manuale, e la tensione
accumulata nel plastico montato nello studio sfumava in incerte figure, discontinue, di mattoni
faccia vista o di intonaco. L’apice dello sconforto si era verificato alla realizzazione della
costruzione più attesa: la schiera defilata di case operaie dalla sagoma sghemba, fuori asse
rispetto alla trama generale e al reticolo della bonifica. Di quel segno notevole svaniva l’effetto
singolare e bizzarro nel quale aveva riposto un significato centrale, la chiave dell’intero
disegno. L’anomalia di quella linea forte, obliqua, che sulla carta pareva quasi vibrare, al vero
languiva, sbilenca, spenta, avulsa dalla raffinata intuizione in cui era stata pensata.
Fosse stato un pittore, uno scultore, un musicista, avrebbe potuto intervenire ancora,
correggere, modificare, aggiungere. Invece pativa sconsolato e impotente davanti a una cosa
irreversibile, divenuta non sua.
-Non so se accetterei ancora –infine sospirò con tristezza (ricominciando daccapo, intendeva
dire).
Il presidente dispiaciuto tentò di opporre il suo entusiastico punto di vista: Gli parevano inutili
frustrazioni estetiche. La professione non era una competenza così dilettantesca e generica da
potersi paragonare con l’arte; né aveva un’esistenza propria, autonoma dal committente. E non
trattava neppure materia fantastica, ma al contrario, intrisa di realtà.
– Come se un medico, un avvocato… – si fermò per non sacrificare in modo improvvisato un
concetto ben maturato nella sua esperienza.
– È di più invece – riprese, rinvenendo un esempio adeguato.
Che faceva il contadino sapiente? Armonizzava i colori delle colture o produceva i frutti
migliori? Vendemmiava i grappoli più belli o spremeva il vino più buono? Nel caso della
fabbrica e della nuova città quelle regole erano state rispettate e avevano raggiunto lo scopo. Se
era soddisfatto lui potevano esserlo entrambi.
La conversazione comunque non proseguì. L’ingegnere era assai riluttante a lasciarsi
convincere e il presidente poco propenso, fallito il primo tentativo, a continuare una
discussione faticosa senza risultato. In fondo ognuno appartiene ai propri fantasmi, pensò. E
così sia. (…)
Il monte di Saturno, LaNuovaBase Editrice, Udine 1999
Mario Turello nel risvolto di copertina:
Accidioso, rinunciatario, alieno da militanze, esule volontario da Buje, Emeria, custode delle
carceri mandamentali di Tarcento, è solo virtualmente partecipe dei mutamenti che tra gli
anni Cinquanta e i Sessanta anche per la cittadina friulana segnano la transizione dalla civiltà
rurale contadina a quella urbano-industriale: tra sé e la vita, tra sé e la Storia frappone
schemi e schemi, simulacri, scenari e proiezioni.
È, la scelta di un tale protagonista, la riprova della matura sapienza narrativa di Nimis:
personaggio autentico quanto emblematico, Emeria è una sorta di catalizzatore negativo dei
rancori, delle rivendicazioni, delle faziosità, della retorica postbellici; nella sua ipocondria
come nlla coscienza del Paese s’ottundono la questione dei confini e la tragedia di Porzûs, le
leggi truffa elettorali e il collateralismo clericale, il boom economico e l’abbandono dei
borghi…
Precisi i riferimenti storici, la critica resta resta felicemente affidata soprattutto al racconto
impeccabilmente ambientato tra Caffè e parlatorio, luoghi deputati alla colloquialità dei
personaggi – la moglie Mirna, il maresciallo siciliano, i Fiumani, gli artisti, le eredi della
filanda, il,venditore ambulante, il suonatore – essenzialmente impressivi, comprimari efficaci
della sottile riflessione di Nimis sul nostro recente passato.
Emeria, semivivo, vegetava sul letto immerso nei vapori di spirito di melissa. Ancora, ta-ta-ta,
la testa spaccata da vagoni d’emicrania, rivangava la causa della propria sfinitezza. E, ancora,
pagava il contraccolpo di calcoli errati, sebbene cauti e circospetti (….) Dalla filanda
abbandonata la ciminiera raschiava con la cima bianchiccia le nubi gocciolanti di pioggia. Una
vedetta ideale sul cuore di Tarcento e le colline friulane al di qua del Tagliamento, proprio
come il campanile di Buje sulla mano aperta di strade dirette alle città della costa, da Cittanova a Pirano, tra ulivi, malvasia, cespugli di capperi, rosmarini, muraglie di fichi e barriere di canne più simili alle gambe del mais che alle gargane.
Il maresciallo dei carabinieri, siciliano, veniva ogni mattina a constatare se dall’esausto Emeria
trapelasse qualche vitalità una buona volta o sempre nuotasse nei soliti abissi, a letto, supino.
“Certo, il rimpianto dell’Istria” compativa dalle gonfie fessure degli occhi, “Ma il tempo
guarisce ogni cosa”, esule pure lui anche se in patria: “de sterrato”, come aveva coniato per sé
imitando la parola “displaced” degli alleati, che meglio rendeva l’idea di strappato dalla propria
isola. Sedendo accanto al letto di Emeria stendeva e rivoltava i giornali come enormi tarocchi,
aggrottando la luce degli occhi in sommità delle guance, e pareva perdersi in sonnolenze celate
sotto piccoli sbuffi alle labbra, forse sognando creme ai fichidindia e paste al marzapane, per
trasalire invece, impensato, “Secolo sventurato”, quasi cavando dal mazzo insieme, in una
volta, “il bagatto, la morte e l’impiccato”. Dall’utopia alla miopia. La Resistenza rinculata
come le famose rivolte contro il re di Napoli che nell’isola finivano sempre nelle mani dei
vescovi e dei nobili più fedeli ai Borboni; la Ricostruzione venuta su alla giornata senza né
capo né coda per grazia ricevuta dall’America; la Politica agonizzante nella cocciuta sofferenza
dei governi della Dc, avulsi dalla realtà del Paese che reclamava urgenti riforme trasformandosi
da rurale a urbano e industriale (…). Emeria avrebbe voluto blandirlo, trovare parole
appropriate per sdebitarsi, ma il fiato gli restava in gola, strozzato in latebre profonde, lontano
dalle labbra, e invece di vibrare i polmoni, tremavano stomaco e viscere. D’altra parte non
nutriva più alcun interesse per la politica dopo l’imbroglio speso dal vincitori alla conferenza di
pace di Parigi (estate ’46) spartendo il confine orientale in Zona A e Zona B, come erba
medica e trifoglio (…)
Comunicato clandestino, LaNuovaBase Editrice, Udine 2000
Ezio Pellizzer in quarta di copertina:
Corno orientale d’Ausonia, il Friuli è lì, che aspetta di essere raccontato: Nimis ce lo racconta
scegliendosi un Programma Narrativo difficile, complesso, fatto di squarci di memoria, di
lampi sul passato, di echi recenti di polemiche e di passioni civili, mescolati con un’ansia
tangibile di identità da ritrovare o semplicemente da trovare, che molti tuttora cercano
affannosamente, sia nel celtismo immaginario, che in un’improbabile Boemia (oppure, tra il
Tagliamento e l’Isonzo, in una Padania inesistente). Il distacco del narratore è tutto nella
figura singolarissima del protagonista. Un anziano senatore, che vive a Roma, è chiamato a
dirimere un problema, la minaccia di una bomba sotto la torre dell’ospedale di Udine,
l’”odiosa” capitale che accentra in sé e fagocita i valori delle molteplici e sfaccettate “piccole
città” di cui è fatta la storia di questo ricco e tormentato territorio. Un comunicato delirante,
che accompagna la minaccia dell’attentato, provoca il turbamento dei politici e degli
amministratori. Un possibile colpevole, il deuteragonista, chiamato significativamente Nemo,
impersona la ribellione, l’intelligenza insieme acuta e portata alla chiusura – fino al rischio di
isolamento localistico e di campanile – che non di rado si ritrova in questa gente. Destini
incrociati: il vecchio politico segnato da un’operazione alla gola, sopravvissuto alla morte e
costretto a parlare con un apparecchio acustico, e un intellettuale rimasto sempre isolato nella
sua terra a macerare la sua mente nel profondo, tra storia e religione, tra evanescenza del
mito e inaccettabile amarezza della realtà, suo ingaglioffimento dello spirito civico ed etico di
una terra generosa che ha perduto il suo fondamento religioso, la sua fede e la sua cultura
tradizionale, vittima paradossale della ricchezza e della banalizzazione prodotte dalla sua
stessa caparbia operosità.
Uno stile volutamente ellittico, aspro, con punte di sperimentalismo e di ricerca di un lessico
al tempo stesso allusivo e incisivo; una sofferta felicità di descrizione del paesaggio (…) nella
lucida ricostruzione storica ed emotiva delle vicende di una terra di frontiera, crogiolo di tutte
le razze e di tutte le culture, ricca quando era semplice, triste e disperata dopo essere
diventata ricca, ma al tempo stesso immemore della sua natura più schietta (…)
Olimpo T., senatore, distolse gli occhi dal dossier per mettersi in bocca un formitrol, mentre il
treno, a Venezia, ricomponeva vagoni e coincidenze, in una lunga sosta prima del balzo in
Friuli. Accarezzò nella tasca l’ugola d’oro, il transistor che trasformava i suoi afoni soffi in
parole, a Dio piacendo: colpi di fiato tradotti in strati sonori, tutti uguali, inespressivi;
sostantivi, pronomi, aggettivi plasmati dal litio istantaneo di batterie verbose e sapienti. Non
erano poi tanto male la sua voce, il traghettio che sortiva dal luminoso metallo, e neppure il
suoi gesto di alzare la fulgente paletta dorata davanti alla gola a racchettare palline di aria nei
significati, e a rimbalzarle in vocaboli anche difficili, perfino nuovi, senza perdere né un colpo,
né il filo. Aveva gli anni in cui star bene e star male sono vaghi sentori; risonanze confuse in
miriadi di fitte, affanni, capogiri. Asperrimo il tatto, ruvido e scabro l’olfatto, dense le macchie
sulla pelle; segnali fluttuanti, senili, di uno stato dove tutto s’accumula in turbe di tanti pensieri
e congetture che neanche l’improvviso viaggio in Friuli, a seicento chilometri dalla capitale,
giovava a sgomberare. Era tuttavia grato, il senatore, che l’incarico di rappresentare il governo
nella grave emergenza friulana lo smuovesse dalla convalescenza infinita in cui si trascinava
stordito a riflettere sull’inesorabilità della vita e a compatirsi della propria sfortuna: resuscitato
sì da una funesta malattia, ma non più uguale a prima in tutto e per tutto. Partire per Udine e
affrontare il frangente friulano dissolveva propiziamente il suo torpore, almeno quanto il
“trentasei e sei” di sua madre aveva liquidato, a suo tempo, febbri e malanni giovanili, anche se
non tornavano più, come allora, grevi e accecanti le cose, assordanti i rumori, e le gambe agili
e poderose, né rifluiva il sangue con vitalità. Il compito sulle sue spalle estenuate era ambiguo,
e difficile coi chiari di luna del 1992, il governo vacante da un mese (dalla fine di aprile),
segretario del partito dimesso, la maggioranza a carte quarantotto, le elezioni per il Quirinale
già al quattordicesimo scrutinio ma sempre in altissimo mare. Perché proprio io? Proprio io, tra
i barbari, all’avventura?, spompò fiato dal petto, infastidito dall’idea dell’urgenza, dell’esser
dovuto partire in tutta fretta (…) Mica era un eroe attratto da vanagloria, e mai avrebbe cercato
da sé quell’azzardo che il governo lo mandava invece a stuzzicare. Impersonava piuttosto un
ubbidiente generale romano strappato al macerante piacere della capitale e spedito a difendere
le vie consolari alla periferia dell’”impero”, in una provincia nordorientale sperduta,
schiacciata tra il continente e il mare (…) Né gli era comprensibile appieno l’intrigo friulano,
quel vampeggiar di discordie tra antichi piccoli centri urbani e Udine, l’eccitato capoluogo
provinciale che si stragonfiava a loro spese: Una normale contesa tra campagna e città… che
tuttavia in quelle parti, assunto il singolare inopinato caso che la campagna non fosse proprio
“campagna” e la città non fosse proprio “città”, diventava speciale.
Il conservatore di paesaggi, Mobydick, Faenza 2004
Guido Leotta in terza di copertina:
La fantasia è davvero sconfinata o piuttosto il reale supera di gran lunga qualsiasi volo
dell’immaginazione? Questo il primo interrogativo che Nimis, in maniera affatto scontata,
pone a se stesso e al fortunato lettore del suo splendido romanzo. Uscire dall’abitudine – più o
meno consenzienti – può determinare una beffa dalle incalcolabili conseguenze. Se poi nel
quieto vivere di Ciro, pragmatico funzionario impegnato nella conservazione dei paesaggi e gogoliano protagonista di queste pagine, a tale già destabilizzante sventura si aggiunge
un’amnesia indefinibile (per durata e cause), il rischio di sprofondare nell’incubo è palese. A
catturarci sarà invece una girandola irresistibile di accadimenti, riflessioni e dialoghi
dell’assurdo miscelati con eccellente sapienza narrativa. Una matassa all’apparenza
inestricabile che getta in scena una banda di criminali (determinati quanto scalcinati),
banchieri corruttibili, sogni di evasione e leggerezza, pendolari minacciosi ed ipocriti,
un’inconsapevole Dulcinea, poltrone e pratiche che appaiono e compaiono al ritmo della farsa
nei labirinti della burocrazia più cieca. Nonché i grotteschi tentativi di arginare lo scempio –
attuale e (questo sì) tangibilissimo – perpetrato ai danni dell’ambiente. L’inatteso soccorso
per Ciro, infine, giunge proprio dalla tanto rifuggita quanto amata “realtà”: Non più incerta,
non sospesa tra onirico e concretezza, ma limpida come un cielo spazzato dal vento.
(…) Nella sua casa Ciro si era sempre levato alla stessa ora, con gli stessi gesti ripetuti secondo
lo stesso copione. Se le nuvole non coprivano il cielo, il sole, piano, invadeva la sua camera,
dal comodino alla spalliera del letto, al cuscino, al viso addormentato, schiudendogli gli occhi e
avviando l’alzata ordinaria di un single in una casa del centro di Udine. Prendeva i biscotti
dalla scatola di latta dalla dispensa e beveva il latte a sorsate dalla bottiglia, come può fare
soltanto chi vive solo, in libertà. Poi versava i semi di miglio al canarino, i croccantini nel
piatto del gatto; caricava la pendola, un pezzo francese anni Trenta, e correva alla stazione, da
dove il suo treno batteva ogni giorno un’ora e sei minuti di inerti rotaie per settanta chilometri,
subiti passivamente ormai senza impulsi al cambiamento.
Qualche alternativa possibile a quell’andare e venire sul vagone dei pendolari un tempo l’aveva
esaminata: per esempio una casa a Trieste, vista la sua grande passione per il mare: Che se per
tutti era solo cartoline a colori e “Cari saluti” – “A presto” – “Tanti baci”… per lui era invece il
paesaggio assoluto, diverso e uguale, mutevole e immobile, materia e antimateria nel
medesimo tempo. Tuttavia gli bastava guardarselo, il mare, ogni giorno, quando il treno
sbucava sulla costiera e al finestrino cresceva la stupenda oscillante visione, e perdersi dentro
quell’attimo fino in ufficio: la testa tra le mani e il corpo bilanciato sulle cosce e sui gomiti, tra
poltrona e piano del tavolo ingombro di faldoni colmi di piani regolatori comunali che solo lui
sapeva ridimensionare e correggere. Per questo il suo vivere a Udine era solo apparentemente
incoerente, e come altri dettagli del suo comportamento rifletteva l’aspetto essenziale del suo
modo di essere, ovvero il senso precipuo di un uomo che tiene sospesa la vita
nell’immaginazione, e congela sentimenti e passioni allo stato di pre-desideri, eludendo così i
disinganni della realtà, obbligando la vita a diventare una musica piana, senza contrasti, bella e
carezzevole, da non potersene mai lamentare, e superando baratri di timidezza mediante
iniziative virtuali improponibili nella realtà, che lo spingevano in alto a quote fantastiche,
vertiginose.
Anche quel lunedì, al principio della sua peripezia, seduto accanto al finestrino, aveva spiato la
ragazza dei cantieri. Ci si era preparato già dal viadotto, prima di entrare a Cervignano. Come
sempre aveva pulito il cristallo con cura e, a treno fermo sotto la tettoia, l’aveva seguita dalla
porta di casa di fronte alla stazione, al sottopasso, al marciapiede del quinto binario, e poi sulla
carrozza, al solito posto, ficcata tra i monfalconesi, i compagni-operai dei cantieri navali, che se
la incollavano addosso come un proprio esclusivo ornamento. E come sempre avrebbe
immaginato di portarsela via, sulla costiera, in vista mare, tra gli scogli e le erbe carsoline, in
voli segreti così simili al vero da potervi strappare le foglie ai rododendri, cacciarsele in bocca,
e addirittura gustarne il sapore. Avrebbe abbassato il finestrino, due bracciate nell’aria, un
voltarsi a vedere che lei lo seguisse, e poi su, prima in alto fuori dalla scia culminante del treno,
e dopo giù a capofitto, a radere i pini marittimi e l’erica irta, semisecca e viola, fino a quando, incastrato nella scrivania, all’esatta distanza dalle cosce e dai gomiti, sarebbe tornato in sé tra
le carte d’ufficio di una stanza foderata di planimetrie e di diagrammi, a dar corso puntuale alle
istruttorie e ai pareri che la direzione avrebbe poi sottoscritto e inoltrato ai Comuni entro i
tempi di legge.
Torviscosa, in “Friuli d’Autore n. 31 [Poeti e prosatori d’oggi]”, Collana del Messaggero Veneto 2004
Il tallero di Günzburg, Mobydick, Faenza 2006 (postfazione di Licio Damiani) [Il tallero di Günzburg è stato oggetto di una lettura d’arte l’11.01.2020 nel corso dell’iniziativa “Il Friuli, protagonisti ed eventi” a cura dell’Associazione Udinese Amici dei Musei e dell’Arte]
Guido Leotta nel risvolto di copertina:
(…) “davvero l’antico paesaggio, quando fosse magicamente possibile ripristinarlo nella
forma ideale del mito, risponderebbe al modo di vivere attuale? (…) O non sarebbe, invece,
talmente d’impaccio da volerlo sacrificare di nuovo? E il moderno modello economico-sociale
sarebbe abbastanza coeso e paziente da manifestare di sé uno scenario coerente e perfetto
come quello evocato dalla nostalgia?”. [pag. 140]
A trent’anni dal terremoto che ha sconvolto le terre friulane, un libro appassionato e – a tratti
– persino ironico. Il primo romanzo ambientato sullo sfondo della catastrofe e della
ricostruzione diventa, grazie al talento narrativo di Nimis, il grimaldello che apre la porta a
un intreccio orchestrato con sapienza di trame e destini. Si parla qui di radici e di
trasformazione, di sentimenti, di cinema ed architettura, di memoria e futuro. La tragedia
assurge infine a simbolo, e l’accelerazione traumatica dovuta al terremoto – capace di
produrre fratture infinitamente dolorose ma in qualche modo terapeutiche, che distrugge con
violenza inaudita e cieca ciò che forse si sarebbe comunque sgretolato in modo naturale – fa
riaffiorare dalle crepe altri modi d’interpretare remoti sensi di colpa e d’inadeguatezza, e i
timidi riflessi di un perdono pacificato.
All’offertorio, dopo il vangelo cantato con rito patriarchino in melodia aquileiese, l’omelia e, a
seguire, la proclamazione delle feste mobili dell’anno (prime fra tutte la Pasqua e il Corpus
Domini), il paggio che reggeva il cuscino con sopra il tallero d’argento… inciampava nella
piega dello spesso tappeto dell’altare. E, prima che il sindaco la potesse afferrare per
consegnarla al monsignore rinnovando il tributo simbolico versato ogni anno dal Comune alla
Chiesa, la rotonda antica moneta con un tonfo sordo sulla passatoia prendeva la corsa. E come
risvegliata di colpo alla ragione istintiva della sua propria forma (“le monete sono ronde per
correre”), balzava sui gradini del coro e rotolava lungo la navata sollevando echi di rumore, ora
vuoti ora pieni, dalle lastre di marmo, una crème e una rosa, giù fino in fondo tra le
acquasantiere. E tuttavia il primo cittadino, impassibile, compiva ugualmente il gesto di porre
qualcosa nelle mani del monsignore, che a malincuore gliele stendeva ad accogliere il nulla che
l’altro gli consegnava compunto e con l’aria di pensare: “Som tutte storie, alla fine. Che
importanza può avere? Non è una commedia? Be’, recitiamola dunque”. Che monsignore
volesse obiettare si capiva dall’espressione del viso e da come si guardava le mani scodelle
vuote finito di mangiare. E pure, si capiva, che non gli piacesse l’intera faccenda e neanche
quell’interlocutore disinibito al punto da farsi precedere in duomo da un corteo di ballerini in
costume (e in futuro, magari, da majorettes in bikini e suonatori), invece che dal solo gonfalone
rossoblu portato dalle guardie comunali come avevano fatto i suoi predecessori.
Era il segno dei tempi. “Oh, se cambiano i tempi” preconizzava sopra pensiero monsignore,
rassegnato alla propria sconsolata preveggenza già collaudata profetando puntualmente il
fascismo, la guerra, i cosacchi, i partigiani. E in quel momento gli effetti incombenti di un
dissacrante benessere che si annunciava all’orizzonte e di cui aveva appena avuto una prova
con l’oltraggio a una cerimonia sacra per la città, sia che rievocasse il dono dei Magi a
Betlemme, sia che celebrasse gli antichi equilibri politico-religiosi della Magnifica Comunità:
secondo la doppia scuola di pensiero sull’origine della messa detta, appunto, del tallero, il
giorno dell’Epifania. E si era perduto a immaginare gli aberranti scenari che avrebbero
sconvolto il vecchio mondo, immobile da almeno dici secoli, improvvisamente colpito da
allergia del passato: ”Chissà se almeno la Chiesa saprà ancora difendere l’armonia dei millenni
o se finirà anch’essa travolta dall’assurda idea di riscatto”. Aveva alzato gli occhi dal rossoblu
del gonfalone al crocifisso pendente dall’arco del del transetto e che una potente minacciosa
energia faceva vibrare come un sismografo nell’aria fiorita di gigli e tuberose (arrivati apposta
dal Sanremo a ornamento di quell’Epifania), tornandogli in mente il passo della Genesi sulla
fine di Sodoma e Gomorra: quando Dio volle constatare di persona se proprio l’avevano fatto,
gli uomini, tutto il male di cui era giunta notizia lassù fino a lui. Ne avrebbe trovati trenta di
giusti, il Signore, in tutta la città? O almeno venti? O dieci? Oppure iuxta iudicia dei, doveva
proprio distruggerla con un boato da rizzare i capelli e da squassare le mura, i palazzi e il
duomo stesso, seppellendo centinaia di morti in un cumulo di macerie alle pendici del monte,
come era già accaduto altre volte? Avevano lì lunga storia, infatti, i terremoti: nel 1116, nel
1384 e nel 1511: quest’ultimo lungo più di un Miserere; e poi nel 1814, nel 1853, nel 1879, nel
1889. Del più recente, nel 1928, monsignore aveva esperienza diretta e ne era piena la parete di
fondo del duomo nelle scene dipinte “Per grazia ricevuta” in quel flagello. Poi tre decenni di
pace. Da allora solo avvisaglie: echi, tremori, brividi di terra più brevi di un’Ave.
Racconto friulano, LaNuovaBase Editrice, Udine 2008 [Menzione particolare al Premio Letterario Latisana per il Nord-Est, Latisana (Udine) 2008, e Segnalazione al Premio Letterario Biennale Caterina Percoto, 2008, Manzano (Udine)]
Maria Carminati nel risvolto e in terza di copertina:
“Aquileienses sumus”… Sullo sfondo visionario e fantasticato degli eventi che portarono allo
strappo di Aquileia dal potere di Roma imperiale e papale, due figure si confrontano, si
misurano, si sfidano: Acerbio, vescovo irreprensibile osservante della gerarchia ecclesiastica
ed insieme distaccato e lontano dalla storia della diocesi, proiettato su una inutile quanto
egocentrica ricerca della perfezione, oppresso dalla sua minima statura, e Quaranta,
impetuoso e sanguigno parroco della collina, uomo dalle passioni semplici e schiettamente
terrene, interprete della diversità della sua gente attraverso l’assunzione dello scisma
aquileiese come metafora di una volontà di autodeterminazione, di indipendenza e di libertà
(…) Non senza ironia e critica pungente verso ogni forma di rigido dogmatismo, sia di
impronta religiosa e accademica che di marca autonomista, nell’alternarsi dei due
protagonisti-antagonisti sulla scena narrativa si insinuano, attraverso ricostruzioni ad alta
intensità inventiva, figure-icone della Storia che hanno rappresentato momenti decisivi nella
formazione dell’originaria comunità aquileiese, il cui coraggioso atto di sfida al potere
teocratico, celebrato nella solenne e ambiziosa figurazione dell’idea di Quaranta, diventa la
rappresentazione simbolica che egli offre al suo popolo per riconoscersi nella propria
speciale, irripetibile, unica identità: “…ci sono i buoni i cattivi e… loro, quelli della collina”.
Ed è proprio nella storia dell’attuazione di questa mitica idea, da realizzarsi nella festa solenne della Pasqua con la partecipazione di tutto il popolo della collina, che prende corpo il
cuore del racconto. “Aquileienses sumus” diviene così per la gente della collina non tanto
l’affermazione di un autonomismo a sfondo politico né uno slogan di appartenenza ai vari
movimenti indipendentisti che hanno attraversato la cultura friulana, bensì un atto di fede
prima di tutto in se stessi e nel proprio destino, sia esso incerto o vincente, nella propria
capacità di subire e di rivendicare, di patire e di risorgere, di soffrire e di sognare. E diviene
anche per il vescovo Acerbio, costretto a cedere rispetto alla supremazia del divieto celato fino
all’ultimo, il momento della propria verità, del suo riconoscersi nell’identità angusta di uomo
imperfetto piuttosto che in quella di aspirante alla santità: ma nello stesso tempo diviene anche
possibile riscatto capace di riconsegnarlo ad una dimensione di umanità, ad una utopia
rigenerante che, se non si realizza nella storia, si condensa tuttavia nella consapevolezza del
limite, nella scoperta della propria irriducibile, seppure amara, identità.
D’accordo, nessuno è perfetto. Il vescovo Acerbio per affermarlo non mosse le labbra,
pensando alle proprie cortissime gambe e alla misura ridotta del suo corpo, mani e braccia
comprese. E anche i piedi. E tutto se stesso: di una tal fatta che senza un mucchio di cuscini
accatastati sulla poltrona non avrebbe oltrepassato con gli occhi il monumentale piano di
quercia del tavolo al centro del salone. La sua statura era parecchio al di sotto dell’uno e
settantacinque della media maschile secondo il Gutièrrez, e più ancora rispetto allo standard di
Le Corbusier. Infatti dall’ombelico alla pianta dei piedi neppure si avvicinava ai cento e otto
centimetri regolamentari, né, dall’ombelico alla testa, ai sessantasei della norma. Col braccio
alzato, del resto, e anche stando sulle punte, a malapena infilava la chiave nella toppa del
tabernacolo. E celebrando versus populum, negli stramaledetti modi postconciliari, doveva
montare sopra uno scagno per farsi notare dai banchi tra l’armamentario liturgico sparso
sull’altare.
Tuttavia aveva consapevolezza assoluta del suo stato. E anche in quel preciso momento: con la
salmodia dei professori a riempire il salone. Li aveva convocati intorno al tavolo delle grandi
riunioni per un suggerimento autorevole sul progetto molto particolare che la Commissione
Arte Sacra, preposta all’esame delle iniziative parrocchiali, aveva inoltrato al suo superiore
parere. (…) All’ordine del giorno era l’Idea che un anziano prete del suo collegio chiedeva di
realizzare nella sua chiesa, sulla collina.
– Possono venire a un vecchio prete certe idee?
– Credo proprio di no, monsignore.
– Che si sarà messo in testa?
(…) Il suo segretario non era quel che si dice un interlocutore vivace, possedeva, però, l’arte di
una calma presenza. E dialogare con lui serviva a rallentare i pensieri e al dar tempo alla luce
di aprirsi degli spiragli, casomai ve ne fosse una remota possibilità. Proprio quell’opportunità
che lui stava cercando in quei giorni, spendendo il suo tempo a domandarsi quale strana
ragione spingesse un membro del presbiterio a presentare una simile idea. E perché mai la
dovesse pescare a metà del sesto secolo, addirittura nello scisma dei Tre Capitoli: l’evento
sciagurato che aveva diviso la Chiesa di Aquileia da quella di Roma per centocinquant’anni
(…)
– Una gran seccatura.
(…) Nella sua chiesa sulla collina, in silenzio dietro l’altare e avvolto nei sacri paramenti,
Quaranta scavò nella propria coscienza. Quel prete singolare e strampalato come il suo nome
(diminutivo di Millenovecentoquaranta, anno della dichiarazione di guerra) ad ogni ricorrenza
pasquale componeva un inno alla Madonna, su un tema fisso: l’incontro della Madre col Figlio
risorto dopo la passione. Durante le messe della Quaresima si esibiva nel nuovo motivo per inculcare il testo ai fedeli affinché, avendolo appreso alla perfezione, lo cantassero nel giorno
solenne. Alla maniera alessandrina e antica aquileiese, a due cori, rimandandosi, uomini e
donne, strofa per strofa attraverso la navata, mentre la sua voce faceva sfavillare di aura
spirituale l’hi-fi che forniva la base musicale in assenza del Maestro, accompagnatore ufficiale
all’armonium (…) Poi l’omelia. E subito il “Credo”. In latino, Scandito dalla sua gente con le
varianti della formula antica aquileiese, che solo lì si recitavano, e che lui stesso aveva
importato sulla collina. Concetti temerari come salti mortali. Appaganti, però, quanto approdi
elitari a sponde esclusive e sicure dopo lunghi, dolorosi, naufragi e smarrimenti. Il loro Dio
non era il solito Padre Onnipotente ma era anche invisibile e impassibile: qualcosa capace di
renderlo magico, fatato, segreto, eppure presente. Era un Dio che scendeva in inferno a liberare
le anime suscitando emozionanti, audaci, suggestioni; vaghi odori di zolfo e brividi lungo la
schiena. E il suo risorgere, sanguigno, concreto, che riportava in vita proprio la sua stessa
carne, trasmetteva ai fedeli rassicuranti sensazioni di tregua a frustrazioni ancestrali e a mal
sopiti affanni. E concludevano, i suoi parrocchiani, proclamando l’origine della loro fede
speciale (“…che e je ché di… Alessandrie e de nestre Aquilee e che e predicai ancje in
Jerusalem”), sillabando in friulano come a crittare in codice ermetico un nascondiglio di Dio
sulla collina. E i loro cuori intanto balzavano in alto a volteggiare con l’eco sotto i rombi
bianchi delle pianelle sulle travi del tetto. Avrebbero dimenticato il nome dei nonni e dei
bisnonni ma non quello di Macedonio, il vescovo aquileiese ribellatosi a Roma a metà del sesto
secolo, evento esaltante e complicato che lo stesso Quaranta aveva loro narrato incantandoli
come bambini: come ammalia i bambini la neve che cade nei cortili di case e negli orti,
ovattata più del silenzio, coprendo di ricami barocchi le reti, i rami e le siepi. Resurrezione alla
pulizia del principio (…)
Premiata Impresa Paradiso, Kappa Vu, Udine 2012
Mario Turello nel risvolto di copertina:
Vita di famiglia anche oltre la vita. Memoria e fantasia suppliscono: autentici i rimpianti,
virtuali i piaceri, il menage è più o meno lo stesso: straniato più che stravolto. Un al di là pre
– o post – cristiano, dove ci si interroga sul perché della morte (“stipendium peccati?”) e sulle
cose ultime (il “maxiprocesso generale”) ma molto più sulle prossime (e ancora terrene): i
progetti della Premiata Impresa Paradiso. Che ne sarà del pozzo che ospita, ciascuno nel suo
loculo, nonni, figli e nipoti con i propri e reciproci rimorsi, fissazioni, chimere? Che sono i
fantasmi d’un secolo e più, i fantasmi d’Italia dall’unità ad oggi: le colonie, il fascismo, le
guerre, il boom economico, l’affarismo che non risparmia neppure i morti…
Nessuna passione spenta, i sette (poi otto personaggi, e l’avo Giovanni, e i congiunti ancora
vivi, i “fuoriusciti” e i “foresti”) compendiano, nel bene e nel male,la nostra storia – in chiave
critica soprattutto nei confronti della modernità e dei suoi guasti, a cominciare da quelli
urbanistici e ambientali. Ma del mondo di quassù hanno ugualmente nostalgia, se “de
profundis” lo vagheggiano e lo replicano, o forse altro non ne conoscono, o altro non c’è. A
meno che il Sistema…
Marina Giovannelli nelle Note a margine:
Premiata Impresa Paradiso è opera di tale compiuta organicità da non meritarsi introduzioni
o postfazioni di sorta che si rivelerebbero incursione superflua nelle intrinseche ‘ragioni’ del testo, ed entrando inevitabilmente nel merito di questo priverebbero chi legge del piacere della
sorpresa. Siano concesse tuttavia un paio di note a margine.
La prima va al ‘genere’ prescelto per questo lavoro, Romanzo, certo, ma di particolare
tessuto: grottesco in superficie, tragico nella sostanza, pone sotto gli occhi di tutti la vacuità
delle nostre esistenze orientate (irreversibilmente?) al cosiddetto progresso. Perdita di
memoria storica e sociale, corsa al consumo, insensibilità all’ambiente sono caratteristiche
così diffuse da venire considerate normali. Di fronte allo sfacelo la strada che Nimis sceglie è
ardua e paradossale, percorsa fino in fondo sul filo dell’irrealtà. Eppure niente risulta più
rigorosamente vero di questo suo affresco in cui il portato di quell’enciclopedia cognitiva
costituita dal passato storico e culturale di un Paese, con le sue illusioni e i suoi errori, è
affidato a “trapassati” in senso proprio. Questi, lungi dall’adempiere al canonico ma nei fatti
ipocrita auspicio “requiescant in pace”, si tormentano tra l’incertezza della sorte definitiva e
il ricordo di un vissuto che permane ben presente ed è ricreato nell’immaginazione. L’area del
cimitero come universo in cui si ricompone una memoria quantomeno familiare, se non
collettiva; la permanenza nella tomba come resistenza partecipe, anche se impotente, alle
trasformazioni. Si tratta dunque di un apologo? Sì, se si sottragga al termine ogni sospetto di
moralismo o di atteggiamento didascalico del tutto estranei alla narrativa di Nimis. O meglio
un teatro, ma non dell’Assurdo, come si potrebbe sospettare per via della “specie” dei
protagonisti, perché dietro a quello c’è il nulla, la vita senza senso, mentre nel teatro di Nimis
c’è l’eticità profonda e responsabile di un Globe, con tutti suoi personaggi perfettamente
delineati e complessi nella psicologia e nei condizionamenti subiti o perpetrati: commedia e
tragedia che si alternano o si incrociano.
L’altra osservazione va allo stile. Il procedere di una scrittura che non si sofferma se non
sull’essenziale degli accadimenti e dei tratti individuali, perseguendo un ritmo serrato,
intimamente teso, senza sbavature, costituisce la marca stilistica inconfondibile di questo
autore. Nessuna forzatura né insistenza su dettagli se non funzionali al contesto, nessuna
digressione se non necessaria al quadro d’insieme, soprattutto nessun inciampo in luoghi
comuni della parola, terza e nuova nella resa equilibrata di significante e di significato. Nella
grana della scrittura sta il segreto della suspense caratterizzante l’impianto narrativo, che non
offre al lettore ‘catastrofi’ sul piano degli eventi ma lo coinvolge in prima persona
permettendogli di assaporare le delizie dell’ellissi. Ne deriva un libro dalle antinomiche virtù:
in apparenza irriverente eppure per costituzione ‘politico’; godibilissimo, anzi divertente, alla
lettura quanto amaro al pensiero; per certi versi dissacratorio nell’affrontare vita e morte
senza remore, ma pervaso da un forte sentimento di umana pietas per i vivi che sono aridi
come morti e per i morti che inevitabilmente riproducono il mondo a loro noto, gli uni e gli
altri mai padroni appieno del proprio destino.
(…) Anche per loro, per “quelli che stanno sotto”, era l’ora della prima colazione. Mondo
compì, come ogni giorno, gli atti medesimi di quando viveva in libertà. Mescolò l’idea del
cacao e dello zucchero in proporzione uno a due. Applicava il rapporto uno a tre solo
d’inverno, che da quelle parti richiedeva molta dolcezza. Sapeva distinguere tra le stagioni
mediante l’intuito, poiché sensazioni corporee non esistevano sotto l’erba del Quadrilatero.
Parlò con se stesso.
– Né caldo né freddo.
– Isolati da tutto, come in un pozzo.
– In un pozzo, in un pozzo.
Mondo così definiva lo spazio dell’ipogeo.
– Cosa accade sopra? All’esterno?
– “Chiudi gli occhi e vedi”, riprese recitando la frase che la maestra, un secolo addietro, gli
aveva scritto in fondo a un pensierino: “Bravo Mondo, hai una fantasia eccezionale, chiudi gli
occhi e vedi”.
Del resto non c’era altro mezzo, nel pozzo, per andare radendo con gli occhi sui prati, alzare lo
sguardo sui primi rilievi ai piedi dei monti, o penetrare le nebbie del piano fin sull’orlo del
mare. E anche i suoni, e i rumori, di sotto giungevano solo per vie irrazionali e fantastiche. E il
tempo fluiva senza scansione di giorni, di mesi, di anni, per ridursi ad un lungo momento
sospeso, a quell’eterno presente che i teologi tirano in ballo per combinare il libro arbitrio con
l’onniscienza divina.
Mondo maneggiò tazze e cucchiai come fossero oggetti reali, s’inventò tra lingua e palato un
sapore dolce-amarognolo, e suscitò con la mente uno dei tanti felici risvegli che aveva goduto
nella sua bella casa, quando aveva ripreso a dormire, dopo la cura del professor Tremonti
contro l’insonnia. “Cacao e zucchero a colazione, cibo abbondante a mezzogiorno e cena
leggera”. Quanto leggera? Doveva stabilirlo da sé provando e riprovando fino a trovare la
giusta distanza tra veglia appetito. E riprese a dialogare con sé sulle condizioni del posto.
– Né fame né sete.
– C’è del buono, comunque, qui sotto.
A sapersi adattare anche l’impossibile diventa naturale: Per esempio immaginare una festa, un
brindisi, una tavola imbandita.
– In fondo c’è anche del bello, proseguì.
Si vestivano gli abiti migliori, si restava serenamente in ozio come ignori, si era salvi dal tran
tran quotidiano. E tutto ciò, in qualche modo, compensava lo stato di mortificazione.
La nicchia di Mondo era al livello più basso. Sopra di lui stava Valdo, suo figlio, il colonnello,
che era stato calato lì sotto subito dopo di lui. Dunque picchiò con la mano il soffitto, ma senza
aspettare risposta, sapendo che il povero Valdo, come sempre, era perso in ricordi di guerra.
Della guerra di Libia.
– Se almeno ci fosse America.
– La mia America, si lamentò.
Avrebbero potuto discorrere insieme delle solite cose, ricreare i ricordi degli anni passati nella
bella casa, i più dolci e i più cari. Ma la sorte, America, l’aveva “catturata” per prima. E messa
sotto nel vecchio recinto dei cipressi, quando ancora non era in funzione il Quadrilatero. Lui ne
sentiva un bisogno fortissimo. Come quando l’aveva voluta per sé, giovanissima, contro il
parere dei genitori di lei, che mai avrebbero dato il consenso se quel demonio di figlia non
avesse scovato l’inganno in uno dei tanti romanzi che leggeva appassionatamente. “Fuggiamo
per una notte”. “E poi?”. “Quando si torna cambia tutta la musica” (…)
Servitore di compagnia, Kappa Vu, Udine 2016
Mario Turello in quarta di copertina:
C’è sofferenza e apprensione nella Villa per gli sviluppi della malattia della Signora: il
pericolo di vita, poi l’incerto decorso e il difficile recupero della parola e – privazione più
dolorosa per il Signore – la perdita dell’affettività. Un dramma che egli registra giorno per
giorno, fino alle soglie della speranza: diario apotropaico e catartico, come questo romanzo
stesso. Non è solo: gli è compagno un giovane servitore. Neppure lui può comunicare, troppo
diversa la sua lingua, ma l’affetto supplisce, al punto che il buon Tosolini impara a
interpretare discorsi e gesti e persino la scrittura del Signore. È lui, in ogni senso, l’eroe del
romanzo.
Come sempre la scrittura di Nimis è felicissima, densa eppure leggera nella sua essenzialità,
ma qui c’è di più, molto di più, ed è con grandissimo piacere che soltanto alla fine il lettore
scopre con quanta abilità l’autore abbia architettato la sorpresa che induce a una seconda
lettura… Se la soluzione di un giallo risolve e chiude l’indagine, la rivelazione finale qui
riconfigura e riapre un’invenzione poetica e toccante.
(…) Quando si convinse che la cerimonia alla Villa era stata organizzata per lui, provò un bel
imbarazzo. Fece dondolare sul petto la medaglia del premio ricevuto, e accolse felice gli inviti
che il Signore e il Signorino gli rivolgevano insieme.
– Tosolini come va?
– Guardiamo insieme la tv?
– Accomodati qui, accanto a noi.
Anzi, ne approfittò. Raggiunse la più vicina poltrona e godette, rilassato del tutto, il luminoso e
saettante spettacolo fino ad una cert’ora, quando gli giunse, scandito l’invito ad uscire.
– Tosolini, si è fatto tardi.
– E’ l’ora di andare.
– Buonanotte.
Una volta all’aperto tagliò per il giardino ma la notte, giovane e bella, gli corse subito dietro
con l’eco incalzante di fremiti e di fantasie. Tosolini, dove vai? A dormire? Hai paura del buio?
“La notte è ancora giovane e bella”: l’aveva sentito dire qualche giorno prima da alcuni
nottambuli, durante un giro dei suoi per il borgo, passando davanti all’osteria. A esser precisi,
gliene erano giunti l’estro, il tono e la musica, perché le parole non le sapeva tradurre. Ma
aveva colto il fine, che si erano proposti gli avventori, di convincere l’oste e l’ostessa a tenere
aperto il locale oltre l’orario stabilito, mentre i due anziani gestori, moglie e marito, ne
avevano fin sopra i capelli di quella giornata (…) Tosolini si tolse via dal giardino, voltò dalla
parte del prato attraverso i diaframmi del buio, e prese la diagonale che portava alla cinta
merlata del muro oltre il quale c’erano campi, campi, campi, e ancora campi. Poi l’orizzonte. E
infine anche la luna, da oriente, a battere la lunga strada del sole come un retro pensiero,
l’anima, un ricordo. Dal cordoncino legato sul collo gli pendeva sul petto adolescente la
medaglia guadagnata alla Villa. Orgoglioso? Tuttavia con i piedi bene per terra. Poiché era
filosofo, Tosolini sapeva che il suo ruolo non sarebbe cambiato anche dopo le lodi, l’encomio,
i complimenti… che pur aveva intuito grati e sinceri. Dalle espressioni, dai gesti, se non dalle
parole, che lui non poteva conoscere (…) Né esistevano scuole dove ne potesse imparare.
All’istruzione, in famiglia, per lui e i fratelli, aveva pensato sua madre, istitutrice sicura di
come affrontare viso a viso le cose; districarsi nel prato e nei campi; orientarsi nel borgo, una
chiesa, una piccola piazza, un’osteria; spingersi sull’uliveto e sulla collina a dominare il grande
mondo intorno; e studiare la natura dell’aria e dell’acqua, inodori e incolori. E del fuoco,
rossoblu e trasparente. E della terra, una palla rotonda: perché sempre ve n’era dell’altra oltre
l’orizzonte.
– Io vi ho fatti… era la sua litania.
– E io so che cosa dovete sapere…
E chiudeva con assoluta fermezza:
– … di giorno e di notte.
Per altro la notte era scienza sua incontestabile (…)
A nordest di nordest, Kappa Vu, Udine 2019
Mario Turello nel risvolto di copertina:
Una fuga d’amore, un’apostasia politica, un attentato al duce, una bellissima impiccata…
Singolare indagine, quella del giudice Gallo, che dalla Calabria sale in Friuli per far luce su
un segreto di famiglia, una rimossa vergogna che invece… Un giallo sui generis, singolare sia
per come viene condotta sia per come si conclude la muta detection di Gallo: indagine del
tutto virtuale, deposizioni immaginarie, interrogatori onirici, approdo a una verità catartica
sul piano personale e storico (il racconto è ambientato nel 1994). La scansione degli eventi
determinanti è al tempo stesso sintesi e giudizio della storia d’Italia – dalla prima guerra
mondiale al fascismo al sessantotto agli anni di piombo all’avvento del berlusconismo – e
tema del tutto attuale (leghismo meridionale) è l’agitarsi dei miti identitari, a nordest di
nordest come a sud.
La natura dell’indagine e del suo scioglimento comporta costrizioni narrative (indiziarie,
dilatorie, suggestive) che trovano soluzione nel comportamento dei personaggi o nel ricorso a
immagini metaforiche funzionali a vari livelli: fra tutte quelle del bergamotto, il cui profumo
ricollega i tempi e i luoghi del racconto, e che ben simboleggia il paradossale miscuglio delle
identità (ma anche la componente intertestuale del racconto). Il procedere di Gallo per
congetture assume anche valore metanarrativo: è lo stesso dell’autore che avanza ipotesi sulla
trama, procedendo tra dubbi e scelte.
Altro tema, presente qui come in tutti i romanzi di Nimis – che è architetto e urbanista – è
quello dell’ambiente, urbano e naturale, e qui trova un singolare parallelo con quello
identitario: legittima – entro certi limiti – l’invenzione della tradizione, plausibile un futuro
mutamento del paradigma estetico, affidato ad “occhi più giovani”. L’apertura di Gallo al
futuro comprende la rivoluzione di genere propugnata dalle figure femminili.
Marina Giovannelli nelle Note a margine:
Osservatore acuto e disincantato, convinto che dietro ogni apparenza si celi una realtà
complessa e spesso oscura, l’autore di “A nordest di nordest” è maestro nel creare suspense,
qui come negli altri suoi romanzi. Posto un ‘enigma’ al centro dell’intreccio, tiene alta la
tensione tramite il ritmo stesso della scrittura, assumendo un punto di vista mobile, che si
posiziona di volta in volta dietro il personaggio in scena. L’alterno impulso di avanzamento e
di sospensione, trasmesso dal narratore al lettore, impegna anche il secondo
nell’avvicinamento alla verità. Il motore del romanzo diviene così l’investigazione. E non si
tratta solo dell’indagine su una vicenda antica e poco chiara da ricomporre nella corretta
luce, è nel contempo l’imprevista e più rischiosa “quest” che il protagonista compie dentro la
propria storia familiare e su di sé, quasi che l’involontaria ignoranza del passato abbia
comportato in lui un’altrettanto involontaria (ma fino a che punto?) incapacità di conoscere
fino in fondo le proprie paure e i propri desideri. Il suo spaesamento, nel tentativo di capire, di
sapere, di tentare, senza esporsi apertamente, di porre le domande giuste, coincide con quello
di chi legge, attivo interprete di reticenze e di graduali svelamenti (…)
Ne consegue che i piani di lettura di questa storia intricata sono molteplici, a cominciare dallo
storico, per i riferimenti precisi al lontano ventennio fascista, con le sue manifestazioni, ma
anche alla più recente realtà dei proclami d’appartenenza identitarie lungo tutta la
penisola, dall’orgoglio ‘barbarico’ del Nord a quello ‘borbonico’ del Sud. Lo sguardo storico
si incrocia con quello antropologico, che suggerisce la permanenza nei comportamenti di una
componente auto consolatoria, volta a mitigare il disagio della razionalità critica e a
contentarsi di succedanei gratificanti, che non tocca solamente gli illetterati e i superficiali ma
sfiora perfino chi gli strumenti interpretativi li possiede, come il nostro giudice, che si
compiace di un’adesione emotiva in cui “la fantasia dell’origine si leghi infine “a uno
specifico approdo” in luoghi geograficamente determinati. E ovviamente lo sguardo più
problematico è quello filosofico, nel quale eccelle l’amico prediletto del giudice, Vito, che in
nome del pensiero e dell’immaginazione vola alla teoria rivoluzionaria che vede nel paradosso
e nella sua esaltazione la chiave unica per rigenerare un mondo esausto.
Su tutto ciò, per empatico coinvolgimento di chi legge, primeggia la vicenda psicologica
vissuta dal protagonista, restio alla comunicazione esplicita e invece sensibilissimo al
richiamo del paesaggio, al quale affida il compito di ‘significare’, al di là delle parole.
Muovendo dalla propria frustrazione, sentimentale soprattutto, ma anche più latamente
esistenziale, il giudice Gallo si trova in un ambiente a lui estraneo a misurarsi con persone e
situazioni che lo conducono al confronto fra l’algida sua scelta di vita, al riparo dai
sentimenti, e le passioni che pure nel mondo scorrono e generano dolore e/o gioia. Egli scopre
d’essere vissuto a metà, nel tentativo di non scoprire il fianco ad esperienze negative, senza
lasciare spazio alla circolazione degli affetti, tanto meno a quella vena passionale che nega a
se stesso ma che lo accompagna, volente o nolente, in ogni momento della sua esistenza. Per
tutti questi motivi la scoperta che il giudice farà della passione travolgente, scandalosa e
oscurata dalla famiglia, di un suo diretto parente per l’attrice di strada Maddalena Pérez,
potente figura archetipica di donna pronta a tutto per amore, non sarà senza conseguenze (…)
(…) Che cosa stesse cercando se lo chiedevano tutti a Nordest di Nordest: Tanto più ostacolati dal sollecito e abile modo che aveva di depistare ogni domanda interponendo altrettanti quesiti. E ancora scoraggiati dall’abietto espediente di calare la fronte sul ‘Fiore delle scritture’ per evitare gli approcci, e poi rispondendo ai saluti in ritardo, con un filo di voce. D’altra parte la privatissima indagine che stava conducendo su una storia d’amore conclusa da più di mezzo secolo non era facile da spiegare. E la sua identità (e la sua provenienza), un magistrato del meridione venuto a scavare a Nordest di Nordest, avrebbe alimentato una sindrome neanche troppo latente da quelle parti, a giudicare dai “Forza Etna” stampati a caratteri cubitali dal Movimento sul calcestruzzo dei cavalcavia. Finì che si accontentarono tutti di affibbiagli compiti conformi alle loro stesse passioni. Chi un saggio di storia su un pezzo di mondo passato all’Italia per ultimo, dopo sei anni di unità nazionale, nel ’66; chi il canovaccio per un documentario su un margine poco conosciuto del Paese; chi qualsiasi altra cosa.
Finché non ci pensarono più, salvo quei pochi ormai così avanti negli anni da misurarsi, come già la signora, con vaghi lampeggii della memoria stimolati dalla figura di lui, o dal profumo che lasciava alle spalle. Scivolamenti della coscienza, che venivano subito espunti dalla mente come cortocircuiti, sintomi di senilità, segni di arteriosclèrosi avanzante.
Meglio il teatrino dei bevitori, pensò.
Era un magnifico set, attori, cronisti, inviati, osservatori, curiosi, uomini della strada. Del resto il giudice Gallo non cercava affatto testimoni. Chi avrebbe potuto mai rendere versioni affidabili dopo più di mezzo secolo? Dare resoconti non manipolati dal cuore? Fornire arrangiamenti non influenzati dall’interpretazione, o non trasfigurati dall’onda di sentimenti personali? Proprio quello che lui non voleva. E la signora ne aveva fatto le spese fin da quando gli mostrava la camera, e si era provata a spiegargli che l’armadio suo da ragazza… e poi ogni altra volta che avesse affrontato l’idea di raccontargli qualcosa di sé o del Comitato. Ciò che avrebbe accettato, invece, concerneva l’ipotesi che fossero i luoghi a testimoniare. Fuori da regole e vincoli procedurali, finalmente lontano dal tribunale, e sconfinando liberamente (lui come Vito) nell’astrazione, gli era balenata l’idea che gli eventi importanti dovessero lasciare dei segni intorno a sé. Questo era il teorema. E da esso traeva la supposizione di scoprire, stampata in filigrana nell’’aria’ e nelle cose, un’impronta del finale segreto della tragica storia familiare rimasta sospesa nell’inopinata e liquidatoria esplosione del fortino e nell’altrettanto inspiegata e dolorosa impiccagione.
Aspettativa, la sua, consapevolmente azzardata, dal momento che tutto intorno era cambiato; che il mutamento avvenuto era palese, oggettivo; e che non si poteva recuperare un passato di cui a Nordest di Nordest non esisteva più traccia. E non per le bombe alleate del ’43, dalle quali il paesaggio si era risollevato, “dov’era com’era”, mediante tecniche edilizie spontanee (le stesse impiegate per sorgere), ma a causa degli effetti incoerenti dell’improvviso benessere che aveva trasformato ogni luogo in teatro di discontinuità. Come in tutto il Paese, pure dalle mie parti, pensò. Anche se tutto quel nuovo, nella sua terra, lui l’aveva assorbito passo passo, un pezzetto per volta, giorno dopo giorno, e i tanti piccoli strappi (patiti in dose omeopatica) gli erano potuti sembrare sostenibili, sovvertimenti quasi naturali, mentre lì, a Nordest di Nordest, tutto gli era capitato davanti immediato e totale.
Partecipazione a convegni
Roma 21 maggio 1988: Friuli rimpianto, Friuli immaginato, Friuli ricostruito: le condizioni di un processo, ALEF, circolo culturale friulano.
(…) Dopo slogan velleitari e impossibili, come “facciamo da soli” o “dalle tende alle case”, la parola d’ordine che i politici raccolsero quale rimedio alla sindrome destabilizzante del tutto perduto fu “dov’era com’era”. La trasformarono nel surrogato di un vero e proprio programma di intervento e divenne lo scongiuro dei sinistrati contro la paura di rimanere sopraffatti da trasformazioni incontrollabili. “dov’era com’era” raffigurò il congelamento rassicurante del fantasma patrimoniale, unico riferimento probante di fronte ad una rappresentazione catastale resa muta dalla catastrofe. (…)
Treviso (Asolo) 23 settembre 1988: Recupero edilizio nelle zone sismiche, a cura dell’Ordine degli architetti della Provincia di Treviso.
(…) Il tema era mosso dalla constatazione statistica di un ritardo sismico della zona, e quindi dalla volontà di prepararsi all’evento, interrogandosi sul Veneto da rimpiangere e da immaginare per farlo rinascere. Una risposta disincantata e democratica a questi quesiti eviterebbe sicuramente buona parte degli aspetti penosi di ogni seguito di calamità. Anticipare una determinazione razionale condivisa eviterebbe la trappola fuorviante di suggestioni personalistiche e di incolmabili nostalgie, estremi contrapposti e perversi della realtà sospesa che accompagna un sisma distruttivo. (…)
Udine 1, 2, 3 luglio 1993, Gemona 1, luglio 1993: Europan seminario, Città ricostruite, ricomposizione sociale e ricostruzione urbana.
(…) Sottolineo l’interesse del caso friulano perché il territorio colpito non fu quello metropolitano, ma quello minore dei piccoli centri (10-12 mila abitanti), e quindi fornisce una documentazioni inedita nella storia delle ricostruzioni (sempre limitata alle capitali urbane), essendo poi anche l’unica arrivata alla fine delle molte tentate dal ‘62 in Irpinia, al ‘68 un Sicilia, al 1980 di nuovo nelle regioni meridionali. E in soli dieci anni, e con un rendiconto economico trasparente. (…)
Fabriano 24 gennaio 1998: Costruire la ricostruzione, Seminario sulla ricostruzione delle aree terremotate di Marche e Umbria, a cura del Politecnico di Milano.
(…) Pur non mancando preventivi spunti polemici e preoccupazioni, qui l’intenzione si è subito manifestata nella volontà di ricostruire “dov’era com’era”, rieditando lo slogan che ha reso famosa l’esperienza friulana, richiamando esplicitamente il Modello Friuli anche nei suoi corollari, dimostrando l’esportabilità di un modello collaudato da una regione all’altra, previo adattamento alla diversa realtà e, in questo caso, migliorandolo anche. (…)
Treviso 18 novembre 1999: Edifici in muratura e azioni sismiche, a cura dell’Ordine degli architetti e Ordine degli ingegneri della Provincia di Treviso.
(…) L’avvio istituzionale di una elaborazione dell’esperienza da cui attingere criteri per indirizzare i comportamenti singoli e collettivi, e affrontare i processi di ricostruzione dal punto avanzato a cui altri, prima, li abbiano faticosamente portati, potrebbe assumere le caratteristiche di un vero e proprio patto politico-tecnico, diventare l’idea guida (specifica luogo per luogo) capace di spingere una ricostruzione a obiettivi ideali e a non ridursi alla ricostruzione stessa. (…)
Gemona del Friuli 30 marzo 2001: I Piani comprensoriali di ricostruzione (XXV del terremoto), a cura dell’Associazione dei sindaci della ricostruzione del Friuli terremotato.
Bergamo 14 novembre 2009: Sulla ricostruzione dell’Aquila, a cura di Rifondazione comunista (Sezioni di Bergamo e di Pescara).
(…) In Abruzzo siamo davanti a un piano fallito. Il mio libro, Terre mobili (Donzelli editore, Roma 2009) è nato dallo sconcerto di vedere scelte che tornavano a metodi ancor più scombinati di quelli seguiti agli eventi calamitosi degli anni Sessanta, del Vajont e del Belice. Lo Stato avocava a sé ogni decisione, diceva No agli alloggi provvisori, No alla partecipazione, e avvolgeva il progetto nell’aura allucinante di un miracolo (mai realizzato), barattando il ripristino della città con la costruzione ex novo di 19 pezzi di periferia. (…)
L’Aquila 19 novembre 2009: L’Aquila dov’era com’era, La ricostruzione possibile, (a cura della vicepresidenza del consiglio regionale) a partire dalla presentazione del libro Terre mobili di Giovanni Pietro Nimis (Donzelli editore, Roma 2009).
(…) A L’Aquila viene rimosso ogni esempio virtuoso per avventurarsi in una operazione urbanistica (costruire nuovi quartieri nella cintura urbana condizionando in modo distorto il futuro della città), mentre il piano di ricostruzione andrebbe letto nella filigrana dell’impianto preesistente, e dovrebbe essere assunto come riferimento irrinunciabile. Un compito massimamente realistico, non sublimabile nelle forme autoreferenziali dell’approccio creativo. (…)
L’Aquila 23 aprile 2010: Le parole come pietre, Giornata del libro, Unesco, a cura dell’Università degli studi dell’Aquila, facoltà di lettere e filosofia.
(…) A L’Aquila le parole, finora, hanno parlato di altro (rispetto alla ricostruzione), le pietre sono rimaste pietre e le immagini rimangono ancora confuse e contraddittorie. D’altro canto il mondo degli intellettuali, a parte le incalzanti riflessioni dei colleghi del Comitatus Aquilanus e gli interventi prodotti al convegno del novembre 2009, non ha dato contributi significativi. La mia tesi è minimalista. Il dopo terremoto non offre condizioni favorevoli a grandi rivoluzioni. (…)
Faenza 30 novembre 2010: Pianificazione urbanistica e sicurezza territoriale (corso per tecnici comunali, a cura del Centro Provinciale di Formazione Professionale).
Come il convegno a cui ho partecipato a Treviso (23 settembre 1988), si tratta di un’iniziativa preventiva rispetto a un fenomeno sismico statisticamente probabile.
(…) C’è da insistere ancora nella richiesta della formazione di una categoria epistemologica concernente una vera e propria “scienza della ricostruzione”, ovvero una specifica disciplina distinta dai rispettivi normali magisteri dell’urbanistica, dell’architettura, dell’ingegneria, dell’economia e della sociologia… E c’è da chiedersi anche perché non sia stato ancora definito il protocollo di un collaudato approccio politico al problema, quanto mai urgente in un Paese dove il rischio sismico interessa tra quarti del territorio nazionale e la metà della popolazione (con un costo assai rilevante ogni anno) (…)
Gorizia 27 marzo 2011: 1511, Alle radici del terremoti del FVG, a cura dell’Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia.
(…) Tuttavia non ci sono catastrofi che si dimentichino più in fretta dei terremoti, attivandosi subito delle grandi rimozioni. Rimozioni istintive (individuali e collettive) concernenti il rifiuto di sapere che la terra possa aprirsi sotto i nostri piedi, e rimozioni istituzionali che si manifestano nel disimpegno della politica rispetto alla elaborazione sistematica di metodi e di strategie basate sulla cumulabilità delle esperienze. (…)
Udine 14 aprile 2011: Tavola rotonda sul libro di Francesco Erbani “Il Disastro”, Laterza, Roma-Bari 2010, a cura dell’Università degli studi di Udine.
(…) Quello di Erbani, “Il Disastro”, è un libro che fa coppia col mio, “Terre mobili”, sull’improbabile approccio alla ricostruzione dell’Aquila, bloccata in un’operazione aberrante non solo sotto il profilo della disciplina urbanistica ma anche dell’esperienza, poiché non solo si spezza la debolissima, precaria, catena di alcuni rimedi spontaneamente consolidati (come gli alloggi provvisori), ma addirittura si inverte la marcia per finire nel buio più assoluto.… Eppure se ne dovrà uscire in qualche modo, non essendo pensabile che un patrimonio di volontà e di ragione non farà ritrovare a L’Aquila quell’energia che l’ha ricostruita così tante volte nella sua storia. Le speranze degli aquilani, però, sono ridotte ad una proposta di legge di iniziativa popolare per stabilire dei punti (che dovrebbero essere scontati), come la partecipazione nelle scelte; l’attività della Protezione Civile limitata all’ambito istituzionale proprio e non esorbitante su tutto; la definizione delle strategie; la legalità, mediante la trasparenza della spesa, il controllo e l’informazione; lo sviluppo economico e sociale; la salvaguardia dell’identità, attraverso il recupero del patrimonio storico, artistico e culturale del territorio. (…)
Padova 18 aprile 2011: Convegno a cura dell’Ordine degli ingegneri della provincia di Padova sul libro “Terre mobili, Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo” di Giovanni Pietro Nimis (Donzelli Editore, Roma 2009).
(…) È l’occasione adatta per riprendere il discorso sul perché non sia stata ancora delineata la base di una categoria epistemologica concernente “una vera e propria scienza delle ricostruzione”. Una disciplina specifica, distinta dai rispettivi magisteri dell’ingegneria, dell’architettura, dell’urbanistica, dell’economia e della sociologia… e che rifletta la multidisciplinarietà dell’approccio al complesso processo del dopo-catastrofe, dove ho potuto constatare io stesso come la competenza del mio corso di studi fosse l’ultima delle prerogative utili in quel frangente, quando l’unico obiettivo urgente era quello di interpretare il sentimento lievitante nella popolazione colpita e tutte le sue contraddizioni… e di sapere che il vero capolavoro da compiere era quello – e solo quello – di ricucire il passato ad un presente divenuto all’improvviso inesistente. (…)
Udine 28 febbraio 2013: Cultura, territorio e pubblico in Friuli dagli anni Cinquanta alla fine del Novecento, a cura dell’associazione udinese “Adastra cultura”.
(…) Ho anticipato in esordio che alla fine mi sarei contraddetto: che avrei avanzato un’ipotesi di Rinascimento (del paesaggio). Ecco che cosa intendevo: che i nuovi barbari (per usare l’efficace espressione di Alessandro Baricco) possano laciarci in eredità una nuova estetica, un diverso modello di lettura, un modo di guardare la realtà con altri schemi, diversi da quelli istituzionali, riallineando gli aspetti incoerenti del degrado di una società divenuta, via via, stanca, depressa, eccitata, liquida e incerta… Propongo che invece di vedere un mondo saccheggiato dai barbari si cominci a credere che, superata la soglia della confusione, potrebbe apparire il segno di un nuovo archetipo estetico. Espongo il concetto in un altro modo. Fino alla constatazione della condizione postuma del paesaggio abbiamo ragionato nel quadro della “legge universale della decadenza” (per cui quanto più una cosa si allontana dall’origine, tanto più si indebolisce e degrada: un parallelo perfetto del “secondo principio della termodinamica” per cui in un sistema, l’entropia – il disordine delle molecole – nel tempo è sempre crescente. Ora invece si tratta di prendere atto del fatto che Ilya Prigogine, nobel della chimica 1977, ha rovesciato il senso negativo di questo fondamentale principio dimostrando che “un sistema aperto” (e il territorio è un sistema apertissimo), raggiunto un certo grado di disordine, può all’improvviso trasformarsi in un sistema splendidamente ordinato. Insomma, attraverso casuali discontinuità (fluttuazioni secondo la biologia neodarwiniana). E così anche il caos del paesaggio potrà combinarsi in una forma coerente, e godere del senso possibile di una nuova percezione (…)
Udine 04 maggio 2016: Il modello Friuli della ricostruzione post-terremoto, Exemplum o Unicum irripetibile?, Seminario didattico preso l’Università degli studi di Udine (Dipartimento di ingegneria e architettura).
(…) La legge 546 dell’agosto 1977, per la ricostruzione del Friuli, costituisce una svolta di rilevo nazionale. Lo Stato garantisce il finanziamento e si ritira dal campo operativo. E’ il segreto del successo friulano, dovuto soprattutto alla rinuncia dello Stato a svolgere un ruolo decisionale e all’allontanamento dei suoi apparati dal luogo della catastrofe. E’ stata una rivoluzione copernicana: allo Stato il compito di garantire i finanziamenti, alla Regione l’impegno di fissarne i criteri di distribuzione ai sinistrati, e ai Comuni la responsabilità delle decisioni. I risvolti negativi della ricostruzione friulana più significativi sono quelli dovuti ad un approccio acritico allo stato di fatto del miracolo economico, e del boom edilizio antecedente al 1976 e, conseguentemente, all’assunzione del territorio come entità omogenea, equipotenziale. Tutto è stato ricostruito con la medesima urgenza, senza distinguere adeguatamente i centri ricchi di stratificazioni storiche, culturali ed economiche, dalle urbanizzazioni recenti della disseminazione edilizia e della disordinata disgregazione dell’agricoltura. Si tratta di un vero e proprio rovesciamento della prassi. Viene rivoltata la piramide tradizionale: una sorta di principio di sussidiarietà ribaltato. Lo Stato (il massimo livello) mette i soldi e delega tutto alla Regione. La Regione (il livello intermedio) coinvolge i Comuni cedendo decentramento e autonomia, I Comuni per reggere l’improvvisa responsabilità inaugurano una stagione di grande partecipazione popolare… Proprio in questo capovolgimento consiste il Modello Friuli del quale, ovviamente, fanno parte tante altre cose: la creazione della Protezione Civile, la soluzione dei prefabbricati temporanei, l’investitura dei sindaci, la Segreteria generale straordinaria (per avvicinare la burocrazia al territorio), il Gruppo interdisciplinare centrale (per la formazione dei documenti tecnici)… Fanno parte del Modello Friuli anche gli slogan che, come una canzone, hanno accompagnato la musica della rinascita: da quelli delle prime illusioni (“facciamo da soli”) stroncati dalla scossa dell’11 settembre, a quelli programmatici (“prima le fabbriche, poi le case e infine chiese”), alla consolatoria finale (“dov’era com’era”), il filtro magico del nostro successo, l’intima sintesi del Modello Friuli (…)
(…) Il Modello Friuli è tuttora replicabile in situazioni analoghe post catastrofiche? Certamente sì per quanto concerne la presenza discreta dello Stato, la delega dei poteri alla Regione, l’autonomia dei Comuni e la partecipazione popolare; non può esserlo invece per quanto attiene al finanziamento pressoché illimitato di cui abbiamo goduto, che ci ha permesso di ricostruire l’irricostruibile, di riparare l’irriparabile, di soddisfare in assoluto il principio “dov’era com’era” (e non è detto che sia stato un bene perché ci è costato la rinuncia a tentare qualsiasi forma di risanamento urbanistico nelle aree esterne della disseminazione edilizia… e il gusto di perdersi nel labirinto di qualsiasi astrazione (…)
Gemona 8 ottobre 2016: I tecnici della ricostruzione.
(…) Come ricostruire è il quesito ricorrente che segue ad ogni terremoto in un Paese come il nostro, dove non si è ancora provveduto a stabilire un protocollo generale e definitivo (e vincolante) di approccio ad dopo catastrofi. Le diaspore, gli abbandoni, gli esodi… li provocano le guerre, le carestie, gli squilibri economici, non i terremoti (salvo trasferimenti temporanei per superare l’inverno in attesa dei moduli abitativi provvisori). Non spostare i paesi, ripristinarla prassi antica (di quando le città colpite da eventi naturali risorgevano su se stesse), è un teorema che quaranta anni fa – in Friuli – ha avuto la sua moderna, efficace, dimostrazione (La ricostruzione friulana è tuttora l’unica ultimata e rendicontata). Tanto che ora, “Dov’era com’era”, quale sintesi estrema del Modello Friuli (nel bene e nel male), dopo tutti i terremoti seguiti nel Paese, può essere assunto come un postulato, e specialmente dove sia forte il bisogno identitario dei luoghi e delle comunità. (Non è neppure una novità: Già i piani di ricostruzione del secondo conflitto mondiale erano improntati a questo principio contro le grandi distruzioni che si annunciavano per mano della speculazione edilizia. Basti ricordare i movimenti di opinione degli anni Cinquanta che portarono alla Carta di Gubbio nel 1960 con l’auspicio che la salvaguardia riservata agli edifici monumentali fosse estesa tutto l’edificato in quanto portatore di valori ambientali) (…)
Questo non vuol dire negare l’urgenza di rigenerare il territorio, di prendere atto dei grandi cambiamenti socioeconomici che siano intercorsi nel tempo tra aree di sviluppo e aree obsolete. Tuttavia significa comprendere che non è la catastrofe l’occasione propizia per fare le trasformazioni che non si sono sapute farebbe tempi normali. E che bisogna ripristinare la normalità prima di cimentarsi con esse. “dov’era com’era” è un vincolo etico-estetico salvifico contro le invenzioni irresponsabili (Belice ’68) e le scorciatoie imprudenti (L’Aquila ’09). Ed è anche una consolatoria per la sindrome del tutto perduto. Ed è pure una formula politicamente stabilizzante. In Friuli è stata subito accolta come surrogato di un vero e proprio programma di governo (…)
Rieti 9 dicembre 2016: Dov’era com’era, Incontro con l’Ordine degli Architetti della Provincia di Ascoli Piceno e con il Coordinamento degli Ordini Provinciali degli Architetti di Ascoli Piceno, Fermo, L’Aquila, Macerata, Perugia, Rieti, Termo e Terni, per la illustrazione del libro Autobiografia di una ricostruzione di Giovanni Pietro Nimis.
(…) L’idea non fu mai quella di riprodurre la vecchia Gemona. Di tentarne una copia. Il ferrigno dell’antico centro, la sua consistenza stilistica. La sua semantica, nel corso dei secoli, si era caricata di troppe valenze per poterla ripetere. Necessario porsi un diverso obiettivo. Come pure non cedere il passo al post-moderno, fine a se stesso, cui il cemento armato, ipocrita e amorfo, era pronto a piegarsi ad ogni originalità. Mi ero convinto che il tempo straordinario, fluido, eccezionale, del dopo catastrofe non fosse propizio per sollecitare grandi capolavori esteticamente conclusi, necessariamente arbitrari, scollegati e dissimili, nel delicato frangente. Al contrario ritenevo opportuno configurare un contesto quanto più possibile neutro, normale, sul quale la comunità, tornando alla vita, potesse infondere la propria autentica fisionomia, attraverso l’evoluzione spontanea nel tempo. A questo fine la mia iniziale proposta era stata il non finito: una ricostruzione interrotta a prima delle finiture: Fermarsi alla parti essenziali dell’organismo urbano, alla sola agibilità interna dei suoi volumi edilizi, rimandando a tempi più lunghi le opere non necessarie, né urgenti. Così non fu fatto perché la legge del finanziamento pubblico pretendeva che i lavori fossero interamente conclusi (la burocrazia intralcia sempre il buon senso). Dunque per salvarsi dall’impatto surreale del “tutto nuovo” si è dovuto attendere che il suo effetto si riducesse spontaneamente con gli anni, come poi in buona parte è avvenuto. (…)
Berlino 24 novembre 2019: La ferita terra, Istituto Italiano di Cultura.
(…) Nella storia l’origine dei terremoti è stata oggetto di varie ipotesi. Dopo il terribile sisma calabrese del 1783, si scontrarono due orientamenti: da una parte i fuochisti che credevano in fuochi vulcanici (o in reazioni chimiche nelle rocce sottostanti), dall’altra gli elettricisti che pensavano a enormi scariche elettriche, per lo più sotterranee. Oggi sappiamo tutto sul perché e anche sul come e sul dove dei terremoti. Quello che non sappiamo è sul quando possono accadere. Sul quando siamo fermi ai segni e alle premonizioni di cui discutevano nel Settecento: aria pregna di esalazioni che offuscano la vista; nuvole lunghe, bianche, che poi diventano rosse; venti impetuosi che si levano improvvisi e subito cessano; acqua torbida nei pozzi… Tutti segni veri, comunque talmente imminenti da non essere utili ai fini di una previsione organizzata (io stesso la vigilia del sisma friulano del ’76, sorpreso dal colore del cielo, dal caldo pesante, ebbi un presentimento… che trovò facile riscontro il giorno dopo).
Dove siamo andati avanti invece è nella possibilità di conoscere le caratteristiche dei terremoti prossimi venturi in una determinata località (il tipo di evento, la forza, i tempi di attenuazione). Passare dalla semplice individuazione delle zone sismiche (il “modello sismo-tettonico”) alla classificazione delle zone come sorgenti di sismi (il “modello sismo-genetico”), ci ha resi capaci di avviare perfino una strategia difensiva mediante l’attribuzione ai rispettivi luoghi il grado di sforzo che vi si dovrà eventualmente sopportare. E tutto ciò misurando e studiando la vulnerabilità dei territori attraverso l’analisi degli effetti dei disastri avvenuti nel tempo. Del resto è evidente che un sistema urbano sopporta le sollecitazioni in proporzione inversa alla sua fragilità, come è ovvio che questa fragilità dipende dall’epoca di costruzione dei manufatti, dalla tipologia strutturale degli stessi, dalla loro forma geometrica. E non si può dire che il concetto sia nuovo se un’ordinanza dell’imperatore Traiano, attorno al primo secolo d.C., prescriveva per gli edifici un’altezza massima di sessanta piedi; e se nella nuova Lisbona, dopo il grande terremoto del 1755, l’altezza massima dei fabbricati era limitata a tre piani. D’altra parte Francesco Milizia nel 1781, nel suo Principi di architettura civile suggeriva che l’altezza di una costruzione non eccedesse mai la larghezza o la lunghezza dei lati di base, affinché il centro di gravità vi restasse sempre contenuto. (…)
Recensioni
Del libro Terre mobili, Dal Belice al Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo di G.P. Nimis, Donzelli Editore, Roma 2009, hanno scritto:
Paolo Medeossi sul “Messaggero Veneto” del 30 luglio 2009
la redazione su “il Riformista” del 9 luglio 2009
Roberto de Marco, ex direttore del Servizio sismico nazionale, su “left” 27 del 10 luglio 2009
Barbara Liverzani su “Il Salvagente” del 16-23 luglio 2009
Francesco Erbani su “la Repubblica” del 7 agosto 2009
Giuliano Di Tanna su “il Centro” del 7 settembre 2009
Paolo Berdini su “il Manifesto” del 30 settembre 2009 (più un’intervista il 23 luglio 2009 a cura della redazione)
Romano Vecchiet su “La Panarie” n. 165 del 2009
Ilaria Giarfagana sul ”Messaggero Veneto” del 26 novembre 2009
Luciana di Mauro e Nadia Tarai su ”Leggendaria”, n. 81/2010
Paolo Mastri, intervista pubblicata su “Abruzzo in movimento”, I Quaderni (L’Aquila ricostruzione e rinascita n. 1/2011).
Intorno a L’Aquila segnalo alcuni miei articoli sul “Messaggero Veneto” del 30 giugno 2009, su ”La Panarie” n. 170/2011 e su “Rassegna tecnica del Friuli-Venezia Giulia” del settembre 2016.
Di Terre mobili si è parlato durante la partecipazione dell’autore a “Le storie, Diario italiano” di Corrado Augias [TV/RAI 3, ore 12,45] del 6 ottobre 2009, a “Linea notte” [RAI 3, 24,00] del 12 ottobre 2009, e a “Faharenheit” [RAI 3, ore 15] del 22 ottobre 2009.
Sulle opere letterarie di G.P. Nimis hanno scritto:
Maria Carminati su “Grafemi”, n. 1/1998
Mario Turello su “Grafemi” n. 2/1999 e sul “Messaggero Veneto” del 23 luglio 2000, del 20 dicembre 2004, del 18 maggio 2006, del 6 maggio 2008)
Antonella Sbuelz su “il Nuovo (FVG)” del 19 novembre 2004 e del 25 maggio 2006 e su “La Panarie” n. 157 del 2008 e n. 179 del 2013
Domenico Cerroni Cadoresi su “Il Friuli” dell’8 settembre 2006
Gianfranco Ellero su “Il Gazzettino” del 15 settembre 2006
Franco Foschi sul n. 73 di “Tratti, foglio di letteratura e grafica da una provincia dell’impero”, nell’autunno 2006
Marina Giovannelli su “il Nuovo (FVG)” del 18 aprile 2008
Guido Leotta ancora su “Tratti”, n. 85/2010
Licio Damiani sul “Messaggero Veneto” del 26 novembre 2011
Paolo Medeossi sul “Messaggero Veneto” del 7 maggio 2019.